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IL RELITTO DI PUNTA ZINGARA

 

PIANO DI SICUREZZA

Archeologia subacquea

La sicurezza in acqua è uno degli aspetti principali di cui tener conto durante l’allestimento della base d’appoggio di superficie, tutto ruota e si modifica in funzione della sicurezza. Così per la protezione dai natanti, oltre alle dovute comunicazioni agli enti preposti, tutta l’area è stata delimitata con grandi boe rosse e da bandiere segna sub. Anche se la profondità operativa non era molto elevata trattandosi di 19 m al massimo, è stato posto sulla cima di discesa/risalita un trapezio per la decompressione con due bombole d’emergenza. In superficie era presente anche una bombola contenente ossigeno e una cassetta di primo soccorso; inoltre erano state allertate sia la Protezione Civile che l’Associazione di volontariato “Confraternita Misericordia” con autoambulanza in standby. I turni di lavoro prevedevano sempre l’immersione in coppia con permanenze sempre entro i limiti doppler e una sosta di decompressione di sicurezza a 5 metri per 3 minuti.

Tutte le persone che partecipavano ai lavori sapevano come comportarsi in caso di necessità e durante i turni era sempre presente almeno un sub specializzato nella gestione delle emergenze subacquee che sapesse applicare l’ABC del primo soccorso in caso di bisogno. Soltanto in un caso, durante il rilievo fotogrammetrico, si è ecceduto nei tempi di permanenza sul fondo, che nei turni normali erano fissati a 60 minuti. Qui per completare il lavoro si è reso necessario stare immersi in acqua per 122 minuti. Per sopperire alla logica mancanza d’aria i due sub, che si sono occupati di questo lavoro, hanno portato in acqua un doppio gruppo, che è stato sostituito in immersione quando il gruppo principale si è esaurito. Nonostante il computer non segnasse tappe di decompressione, essendo la profondità operativa variabile da 15 ai 13 metri, sono state comunque fatte delle tappe di sicurezza una a 8 metri per 3 minuti e una a 5 metri per 5 minuti, nelle tappe è stato cambiato gas utilizzando Nitrox nella miscela EAN 50.

VISIBILITA'

La scarsa visibilità è uno dei problemi più grandi che ci si trova ad affrontare in ambiente acquatico, soprattutto lacustre, basti pensare che alcune operazioni come la sorbonatura e la pulizia dalle alghe sono state effettuate in completa assenza di visibilità. Per ovviare a questo problema ci sono alcune accortezze che permettono di poter svolgere con sicurezza e precisione le operazioni programmate. Uno degli effetti “del non vedere” è quello del disorientamento che, oltre a non farci capire dove siamo e cosa stiamo facendo, ci procura degli effetti indesiderati anche a livello fisico, quali giramenti di testa, stress e panico. Evitare il disorientamento è quindi fondamentale, sia per motivi di sicurezza sia per motivi di operatività. Le soluzioni da adottare sono diverse e si scelgono di volta in volta le migliori e le più semplici da realizzare. Sapere con precisione dove ci si trova in ogni momento, soprattutto nei cambi di turno, è essenziale per la buona riuscita dell’intervento.

Due sono le tecniche adottate a questo scopo, la prima realizzando una maglia provvisoria con cime tenute in tiro da picchetti infissi nel fondale che ricalca il perimetro del cantiere di lavoro. Questa tecnica molto efficace ha soprattutto il vantaggio di una facile e veloce realizzazione e messa in opera a costi molto contenuti, utilizzabile per le prime fasi di pulizia, ma non adatta per lavori di precisione come il rilievo e la fotogrammetria. La seconda è pur sempre una maglia, ma questa volta realizzata in metallo e PVC, molto più stabile e più precisa, ma con dei tempi di realizzazione e montaggio decisamente superiori, così come i costi per la sua costruzione. In una struttura così realizzata, costituita da 16 quadrati aventi i lati di 2 metri, è stato semplice muoversi al suo interno essendo i quadrati stessi numerati con dei cartellini.

Tutte le successive operazioni di rilievo, documentazione e recupero sono state facilitate da questa maglia così come le indicazioni e gli appunti che ogni volta ci scambiavamo tra operatori.
Per scattare alcune fotografie ad esempio si è utilizzato uno scooter subacqueo ben ancorato per creare un flusso, una corrente d’acqua che puliva dalla sospensione il campo inquadrato. A volte sono proprio questi piccoli accorgimenti che fanno la differenza tra un lavoro mediocre ed uno ben riuscito.

LA SORBONA E IL SUO POSIZIONAMENTO

Uno scavo subacqueo non differisce molto da quello terrestre, è per questo che gli stessi strumenti utilizzati sulla terraferma possono essere utilizzati anche in acqua; così abbiamo pale, piccozze, mazzette, spatole e scope, ma soprattutto lo strumento più efficiente è la sorbona.

La sorbona è nata soltanto per lo scavo in acqua, può essere ad acqua o ad aria, dipende dalla profondità a cui si utilizza. Sul relitto di Punta Zingara è stata utilizzata quella ad aria. La sorbona è composta da una “testa” rigida in acciaio e da un tubo flessibile in PVC che può raggiungere la superficie, come nel nostro caso. Sulla  “testa” sono posizionate impugnature o golfari per ormeggiarla al fondo ed una valvola in cui attraverso una manichetta viene immessa aria da un compressore a bassa pressione. L’aria, immessa nel tubo, risale verso la superficie creando una depressione che risucchia l’acqua e contemporaneamente gli elementi mobili del fondale. La valvola posta sulla testa regola la mandata d’aria così da creare correnti più o meno energiche in modo tale da avere una maggiore o minore forza aspirante.

Quando si verifica un intasamento nella “testa” si riduce l’immissione di acqua e quindi tutto il tubo si riempie d’aria tendendo ad un forte galleggiamento e obbligando l’operatore a chiudere la valvola d’immissione. Galleggiando la sorbona si solleva dal fondo ma, una volta chiusa l’aria, essa torna ad appesantirsi piombando sullo scavo, con effetti facilmente immaginabili. Per questo motivo una delle operazioni più difficili è il suo posizionamento, che deve essere fatto a regola d’arte: ormeggiata sul fondo a dei “corpi morti” di peso superiore alla spinta massima di galleggiamento dell’aria contenuta nel tubo, saldamente legata in superficie per mezzo di un galleggiante in grado di sostenerla nella fase di ricaduta.

 

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